giovedì , 1 Ottobre 2020
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Cesarino Grossi, l’erede di Raffaele Costantino

“Ninì”, come era soprannominato, morì il 22 aprile del’39 a soli 22 anni a Tirana in Albania

 

Ha infiammato il “Della Vittoria” negli anni 30 con il suo gioco veloce ed improvviso. Con la sua corporatura bassa e leggera riusciva ad incunearsi in area di rigore con una semplicità incredibile e con la stessa semplicità riusciva a saltare i “ruvidi” difensori dell’epoca. Cesarino Grossi, nato il 22 gennaio del’17 crebbe, calcisticamente parlando, nelle giovanili del club dell’italo – austriaco Floriano Ludwig 1908, esordì grazie al tecnico Tony Cargnelli con la maglia del Bari, a soli 20 anni, contro l’Ambrosiana – Inter e fu proprio in questa partita che il giovane giocatore dimostrò sia al suo tecnico che ai tifosi di che pasta era fatto, dimostrando fin da subito un grande talento. Nel’36 in casa Bari c’era un’ala d’attacco che grazie al suo modo di giocare riuscì anche a raggiungere la Nazionale. Stiamo parlando di Raffaele Costantino, considerato da molti un vero e proprio fenomeno, per dirla tutta, una vera e propria “icona vivente”. Rimarrà negli annali del calcio barese la doppietta che mise a segno in Nazionale ad uno dei portieri più conosciuti di allora, allo spagnolo Zamora. Oltre ad aver indossato la maglia biancorossa, Costantino vestì anche quella della Roma dove sfiorò addirittura la convocazione ai Mondiali del’34. Tornato poi nuovamente nel capoluogo pugliese per chiudere la sua carriera calcistica riuscì ad individuare il suo “erede” proprio  in quel giovane furetto di nome Cesarino Grossi che in campo, grazie al suo modo di giocare, di calciare e di dribblare gli assomigliava tantissimo. Ormai Grossi aveva conquistato i tifosi tant’è che le sue foto andavano a ruba, utilizzate addirittura come segnalibri. Viene ricordato dai sostenitori  più “datati” quando riuscì a portare scompiglio nella difesa della Lazio nella gara tra il Bari e i biancocelesti, partita che finì 5 – 1 per i biancorossi e dove il “furetto” biancorosso riuscì a sovrastare nel gioco aereo anche un giocatore come Silvio Piola, difensore molto più alto di lui e bravo di testa. In un’altra partita, quella contro la Juventus, a fine gara ebbe i complimenti di due grandi difensori come Foni e Rava dopo che Grossi li aveva fatti davvero ammattire in campo. E sempre nella stessa partita ebbe i complimenti di un altro campione, Luisito Monti, centromediano offensivo che non ha mai fatto sconti a nessuno e Campione del Mondo con la maglia dell’Italia. Umile e serio Grossi sperava in cuor suo un giorno di poter calcare i grandi palcoscenici calcistici, di giocare in Nazionale, ma forse giocare a Bari in quel periodo poteva essere considerato un limite visto che osservatori della Nazionale giunsero nel capoluogo per visionarlo senza mai decidersi di convocarlo. Le cose sarebbero potute cambiare dopo i Mondiali francesi del’38 quando l’Inter offrì la bellezza di 400,000 lire, cifra importante per quell’epoca, ma la trattativa saltò perché il Bari rifiutò il trasferimento. E per questo rimase colpito in negativo e quando arrivò la chiamata dall’Esercito, accettò. Fu mandato in Albania in occasione del matrimonio di Re Zog, ma proprio in quell’occasione morì misteriosamente il 22 aprile del’39 a soli 22 anni appena compiuti. Si dice che morì colpito da un fulmine, ma si pensa anche che possa essere caduto in una imboscata organizzata da un gruppo di ribelli. La notizia della sua morte sconvolse i tanti tifosi che lo adoravano. Tornato in città per essere seppellito fu indetto un giorno di lutto cittadino. E fu così che la città di Bari salutò il suo primo “grande idolo”.

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